Timofey Sergeytsev: La Russia ha bisogno di denaro nominale ed economia reale

© Sputnik. Vladimir Trefilov

Sputnik, 23.06.2015

Di fronte a noi, di nuovo si staglia l’interrogativo riguardante il ripristino della nostra ricchezza nazionale, come già fu dopo le tre guerre del XX secolo, osserva il membro del club Zinoviev di MIA «Rossiya Segodnya», Timofey Sergeycev.

Parlando onestamente, mi sono già stancato di sentire come noi stessi, al modo dei pappagalli, ascoltando una voce estranea continuiamo a chiamare col nome di «sanzioni» l’aggressione economica messa in atto contro la Russia. Non c’è nessuna sanzione, nè ci può essere, perchè non c’è alcuna violazione delle norme di diritto e non c’è nessuna giurisdizione.

La concezione «Neo-con» (William Kristol) sull’egemonia morale degli USA sul resto del mondo, che sta alla base della politica estera della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, non soltanto non necessita della presenza di una tale norma di diritto (internazionale), ma trae origine dal fatto che nella reale politica internazionale non esiste il fattore del diritto.

Perciò il tentativo di isolare economicamente la Russia ed il terrorismo finanziario posso essere definiti «sanzioni» con un fondamento non maggiore di quello del noto emendamento Jackson-Vanik. Ci pressano perchè abbiamo iniziato ad alzare la testa dopo la rovina degli anni ’90, perchè per la prima volta sono comparse delle allusioni ad un nostro rifiuto dal corso politico ed economico della privatizzazione totale e della deregulation, come unica via possibile e corretta. Qui è sotto discussione la lotta per la redistribuzione della ricchezza mondiale. Di fronte a noi si staglia di nuovo l’interrogativo riguardante il ripristino della nostra ricchezza nazionale, come già fu dopo le tre guerre del XX secolo.

In cosa consistevano i principali punti deboli della proprietà collettiva, come fondamento produttivo-economico dell’URSS?

La critica trozkista subito dopo la Seconda Guerra Mondiale (Tony Kliff) definì con convinzione la tipologia del nostro sistema popolare-agricolo, come capitalismo statale. Di fatto, questo significa la massima concentrazione possibile di capitale ed il massimale monopolismo possibile. In verità, all’interno di un paese solo, e seppur soltanto geograficamente, il più grande del mondo. Il monopolismo e la concentrazione furono i principali scopi concorrenziali del capitale per due secoli, il XIX ed il XX, e noi li raggiungemmo. Verso gli anni ’70 la competizione tra USA e URSS si concluse con la convincente vittoria economica dell’URSS e gli Stati Uniti si diedero da fare nell’appoggiare la distensione e il disarmo, in quanto non erano già più in grado di sostenere il ritmo della corsa agli armamenti. Eppure, per noi la nostra vittoria risultò a tutti gli effetti una vittoria di Pirro.

Il capitalismo cambiò radicalmente. Più propriamente, smise di essere capitalismo. Lasciamo da parte i difetti della centralizzazione, derivanti da un possibile errore. Ad esempio il rifiuto consapevole dell’espansione dell’assortimento di beni di consumo, in favore della psicologia sociale, oppure dello sviluppo del trasporto individuale, in favore di quello pubblico e dei veicoli commerciali. Furono davvero degli errori questi? Qui è importante la strategia e l’impostazione generale del sistema. Tralasciamo anche il problema della corruttibilità del comitato dirigente, sebbene è chiaro che esso ebbe la sua influenza. Tuttavia non rinunceremmo al midollo celebrale in favore di quello spinale, ad un comportamento razionale, in favore degli istinti ed infine al secondo sistema di segnalazioni in favore del primo, solo perchè il secondo è più antico e, probabilmente, garantisce meglio la sopravvivenza? La teoria dell’evoluzione smentisce categoricamente questa idea.

Francis Fukuyama
© FLICKR.COM/ UNITED STATES STUDIES CENTER Zinoviev e Fukuyama: le previsioni della storia

Con quale problema ci siamo scontrati, come con quello che ha davvero causato la nostra rovina negli anni ’90, e non si è concluso ancora oggi? La chiave per la comprensione della situazione sta nella distinzione tra economia e  produzione collettiva, introdotta da Aleksandr Zinoviev nelle migliori tradizioni dell’ «economia del pensiero», così amata dai nostri colleghi americani dell’ambito filosofico. L’economia, per Zinoviev, è la monetizzazione delle relazioni pubbliche, ovvero il trasferimento di queste ultime per mezzo della circolazione di denaro. La produzione collettiva è un’attività sostanziale, indispensabile per la liberazione della riproduzione dell’individuo dalle condizioni naturali. Usando la terminologia di L. Larusha, la produzione collettiva è l’ «economia fisica», che è pensata per il superamento dei limiti malthusiani alla crescita della popolazione. Di conseguenza, viene da pensare che anche la produzione collettiva possa essere economizzata, e si trasmette sotto la guida dei soldi, realizzando quello che è di fatto il capitalismo classico.

Lo scrittore e filosofo russo Alexandr Zinoviev con gli scrittori francesi François Sonkin e Georges Perec si congratulano per i vinti premi leterari, il 27 Novembre, 1978, Parigi.
© AFP 2015 Lo scrittore e filosofo russo Alexandr Zinoviev con gli scrittori francesi François Sonkin e Georges Perec si congratulano per i vinti premi leterari, il 27 Novembre, 1978, Parigi.

Tuttavia, nel XX secolo l’economia è andata ben oltre i limiti della produzione collettiva. In questo e non nella classica sovraproduzione risiede oggi la causa della crisi di sistema. I principali processi economici: produzione, distribuzione (compreso il trasporto), l’accumulo e lo sviluppo nell’epoca capitalistica classica, appena si «riflettevano» nello specchio del denaro, ed il principio di corrispondenza delle merci e dei soldi era l’equivalenza. La ricchezza risiedeva nella massa di merci. L’accumulo avveniva in infrastrutture legate al territorio (prima di tutto nelle città). Lo sviluppo invece si fondava nella rivoluzione scientifica. La distribuzione traeva origine dalla politica sociale degli stati. I soldi erano soltanto una misura relativa di tutto questo. Eppure oggigiorno la logica del riflesso del denaro e dell’equivalente appartengono al passato.

In parte questo è avvenuto a causa di uno sviluppo puramente orientato alla produzione. La rivoluzione industriale ha portato all’esplosione di una massa di merci, alla perdita da parte dell’oro e dei suoi surrogati dello status di equivalente del prezzo, di merce delle merci. L’oro non soltanto non è commestibile, ma risulta anche estremamente limitato nel suo impiego produttivo (se confrontato ai conduttori di energia). I nuovi soldi sono comparsi prima come cartacei, anche se in precedenza rimasero piuttosto a lungo agganciati alla loro garanzia aurea o comunque metallica. La soluzione dei problemi, delle crisi di sovrapproduzione, come un effetto specifico della gestione economia (finanziaria) dei mezzi di produzione, si è diffusa in tutto il mondo attraverso la creazione di sistemi di super-utilizzo. Si tratta della creazione di una falsa varietà di merci, seguita dall’imposizione del loro assortimento abbondante, della brusca riduzione del loro periodo di utilizzo (in questo caso anche facendo leva su meccanismi sociali), della pseudo modernizzazione, dello pseudo utilizzo, del falso accumulo sottoforma di merci reali e così via. Una crescita supplementare della massa di merci (in relazione alla rivoluzione industriale) a scapito dell’organizzazione del super-utilizzo, ha definitivamente spostato dalla gestione del flusso di merci, la stessa possibilità di utilizzare una qualsivoglia «merce delle merci» in qualità di equivalente generale del prezzo. Aggiungete a tutto questo in qualità di «prestazioni fisse» che imperano nella vita pubblica pseudo-servizi a costi astronomici e diventerà chiaro che oggi sono impossibili non soltanto i soldi «dorati» ma anche, ad esempio, i soldi «energetici», spesso discussi.I soldi si sono definitivamente liberati dei resti della sostanza produttiva che gli era stata applicata e sono diventati puramente uno strumento di gestione. Nel settore del flusso di valuta, alla tappa attuale del processo storico la discussione di lunga data tra realisti e nominalisti riguardo a ciò che esiste davvero, se le cose (come dicono i realisti) o i loro nomi (come affermano i nominalisti) si è definitivamente risolta a favore dei secondi.

La sostanza dei soldi contemporanei è nominale, non reale. E’ possibile che i primi ad essersene resi conto siano stati gli esperti di finanza statunitensi, il che li ha permesso di prendere sotto controllo tutta l’economia mondiale (ed anche il suo catino produttivo) e quindi abusare del proprio ruolo, facendo diventare gli USA il primo e maggiore debitore insolvente nella storia della finanza mondiale, grazie a questo capace di concentrare nelle sue mani, le maggiori ricchezze mondiali ed anche i mezzi di controllo del mondo. I moderni, cioè completamente nominali, soldi garantiscono un legame nominale (ovvero possibile) tra tutti i possibili stakeholder dell’ambiente economico.

Si può fare un paragone con la linea telefonica. Tuttavia, anche all’attuale livello di sviluppo delle tecnologie digitali, la possibilità per tutti gli abbonati di telefonare a tutti gli abbonati appare fisicamente irrealizzabile. Se abbiamo la possibilità di telefonare a chi vogliamo, quando vogliamo, è grazie al fatto che non effettuiamo la chiamata in contemporanea con gli altri abbonati. Allo stesso modo i soldi moderni non sono garantiti dal punto di vista dell’equivalente, non soltanto da qualche merce «di garanzia» privilegiata, ma tutta la massa di merci mondiale, comprese quella potenziale, rappresentata dalle merci non prodotte. E non stiamo parlando di un’amara conseguenza dovuta all’accumulo di disproporzioni nel giro d’affari, ma del principio di funzionamento del sistema stesso.

I soldi di oggi non sono soltanto segni fisici o di conto, ma anche tutti i titoli di valore e le numerose invenzioni finanziarie e strumenti vari. Anche se non ci prendessimo in cosiderazione questi derivati e ci limitassimo ai soldi nell’accezione più stretta del termine, allora essi sono molti di più di tutte le merci ai prezzi attuali. L’emissione di soldi viene appoggiata come in eccesso ed agisce come strumento fondamentale di gestione di tutti i processi economici, che a loro volta rappresentano la gestione di un’attività variegata — non solo e non più unicamente legata alla produzione. E’ chiaro che in questo sistema la stragrande maggioranza di soldi deve essere sterile rispetto alla massa di merci e non dove sovrapporsi ad essa. Questo viene garantito dallo speciale flusso speculativo di strumenti finanziari, in cui i soldi passano da una forma ad un altra, senza essere legati al «settore reale». Anche questa è una parte delle emissioni.

George Soros
© SPUTNIK. SERGEY GUNEEV George Soros

George Soros nel suo «Alchimia delle Finanze» descrive in maniera onesta l’economia contemporanea come un sistema disequilibrato alla base. Questa sistema può funzionare soltanto in presenza di uno strumento di gestione dello stesso profondo e rigido. Questo sistema non si autoregola. L’emissione in eccesso (oro e metalli in cambio di liquidità deficitaria) permette di trasferire di proposito masse globali di merci ed in generale risorse produttive ed, a un livello più ampio, attività economica. La massa di denaro in eccesso si accumula mediante merci «bugiarde», compresi servizi non necessari e prezzi elevati. Viene rimborsata attraverso ricavi gonfiati, sovrattasse e sovraspese e viene annullata mediante il crollo dei sistemi finanziari di paesi interi, organizzazioni ed istituti di importanza mondiale. L’espropriazione dei conti ciprioti ne è la riprova. Davanti a noi ci attende una simile ammortizzazione del debito europeo e americano. Agli uni l’emissione è permessa, agli altri no. Gli uni devono stringere i cordoni della borsa, gli altri, al contrario, devono spendere. Nelle vecchie concezioni del realismo economico e produttivo, questa è una rapina. Ed i rapinati protesteranno, tanto nella politica interna, quanto in quella estera. Per questo è sempre più importante la NATO e l’attività militare degli USA.Certamente, un’uscita costruttiva e corretta dalla crisi richiede una demonetizzazione della sfera nominale delle relazioni pubbliche in eccesso, il ritorno ad un ruolo di guida dell’ambito produttivo nell’attività economica, ed il ripristino dei reali scopi dell’economia. Però tutto questo non significa un controllo sull’utilizzo oppure la sua copertura: serve invece una riorganizzazione complessa e sistemica.

La restituzione di uno status reale e di un contenuto produttivo all’economia non significa anche il ritorno a un denaro metallico e reale. Gli USA proprio per questo sono riusciti a ingannare il mondo intero, perchè per primi hanno considerato l’inevitabilità e l’irreversibilità del passaggio al denaro nominale. Invece nell’economia reale, il denaro nominale deve essere unicamente uno strumento gestionale, adoperato sotto un controllo rigido, che non permetta al denaro di «proiettare» il suo valore nominale sull’economia in generale, sottraendolo dalla base produttiva. Questi soldi tecnici sono per natura di diversi tipi: contanti e non, ma anche la valuta per il rendiconto di soggetti fisici e giuridici e la valuta per gli scambi interni ed esterni devono differenziarsi fra di loro. Era così nell’Unione Sovietica, ma l’Unione Sovietica passando ai soldi nominali non si mantenne entro i limiti dell’economia reale.

Gli Stati Uniti non faranno nulla di quanto sopra indicato. Proveranno ad annullare il loro super debito agendo sui crediti e ancorando la loro crescita sul lungo periodo allo sfruttamento del mondo. Questa crescita ed il relativo guadagno, non dipendono dal capitale nazionale, nè dal capitale in generale, ma dal controllo dello scambio di valuta nominale in tutto il mondo. Nel frattempo l’economia mondiale e l’economia dei singoli stati, nonostante tutta la loro crescita nominale virtuale, a livello globale non sarà in grado di staccarsi completamente dal nucleo produttivo. Il lavoro (prima di tutto — a basso costo) resta lavoro, le risorse (specie quelle alimentari ed energetiche) restanto risorse, i territori (la terra come organizzazione produttiva), territori, le infrastruttire (prima di tutto città e trasporti), infrastrutture e la fame è la fame. Da qui trae origine la guerra in tutte le sue forme, nascoste e lampanti. Non ci sarà un’uscita globale dalla crisi.

Da quest’ultima occorre uscire prima di tutto a livello nazionale e regionale, prendendo il modello delle unioni economiche regionali. Per noi queste regioni ed unioni sono i BRICS e l’ATP. Nonchè alcune nazioni europee, se si liberano dagli USA. Compiere tutto questo senza prima porre l’accento sulla propria sovranità economica non è possibile. Per la sovranità economica sono obbligatori i propri soldi. Il carattere nominale del denaro moderno, non significa affatto una piena assenza della sua copertura, senza la quale essi comunque non funzionerebbero, come senza un fattore di fiducia. I soldi contemporanei sono garantiti da tutta la massa di merci che si può comprare utilizzando questi soldi come strumento di pagamento. E’ evidente che nel mondo globalizzato, il discorso verte non soltanto sulle merci che si trovano su di un territorio nazionale, oppure che vengono prodotte da un’economia nazionale. In dollari USA, per dirla tutta, si può comprare ogni cosa ovunque nel mondo, mentre in rubli, decisamente non tutto e non ovunque, persino all’interno della Russia stessa, anche laddove il prezzo è indicato in rubli. In questo risiede la forza del denaro nominale ed è quest’ultima che va rigirata a proprio favore. A noi occorre, anche ma non solo, cambiare radicalmente l’approccio ai calcoli in rubli. Tutto l’export — in rubli. Uscire dal FATF (Financial Action Task Force on Money Laundering) con conti in rubli, liberalizzando pienamente la compravendita in rubli, compresa la circolazione di rubli in contanti.

Oggi non abbiamo ancora i nostri soldi. La difficoltà non risiede soltanto nella nostra «debolezza». Non siamo poi così deboli, e non siamo così in rovina. Il nuovo mondo post capitalistico dell’economia nominale, che i suoi ideologi dipingono come «post industriale» è realmente al di fuori dei limiti di adeguatezza della teoria politico-economica di matrice marxista. Ed altre teorie davvero non ci sono. Le sostituisce l’ideologia economica monolitica del mercato libero, della crescita economica, dell’economia innovativa delle conoscenze, bla-bla-bla, bla-bla-bla. Per questo motivo, il mondo della crisi non risulta trasparente fin a livello epistemiologico. Il problema non sta nel complotto, al contrario, non serve nascondersi perchè nessuno non ci capisce nulla. Siamo chiamati a costruire una nostra, propria, teoria di sviluppo economico e produttivo.